L’Europa prima di tutto. E’ questo il discrimine in questa campagna elettorale tra il Partito Democratico e le altre forze politiche. Un’Italia protagonista del rinnovamento delle Istituzioni europee. Un’Europa più integrata e più democratica.

Un’Europa e un’Italia più forte significa una società più giusta. Negli ultimi 25 anni le diseguaglianze sono cresciute in maniera intollerabile. Il governo ha fatto passi importanti con l’introduzione del Reddito di inclusione e con l’incremento delle risorse della Legge di bilancio 2018. Ma le risorse sono ancora insufficienti e i criteri di accesso restrittivi. Certo, meglio di quanto sia stato mai fatto prima. Ma non basta. Per aiutare tutti i poveri servono 7 miliardi di euro. Con queste risorse riusciremmo a sradicare la povertà assoluta. Diamoci un obiettivo, facciamolo in tre anni. Non è solo giusto, serve alla crescita. Se dai soldi a chi è povero, le risorse si traducono in consumi per rilanciare la domanda.

 

Il Jobs Act va sottoposto a un tagliando, rivedendo la disciplina dei licenziamenti collettivi e dei disciplinari.

La convenienza economica del lavoro stabile rispetto a quello a termine va resa permanente per evitare comportamenti opportunisti da parte delle imprese a danno dei lavoratori: la decontribuzione potrebbe essere resa permanente per gli under-35, finanziando questo intervento attraverso un aumento dell’aliquota contributiva sul lavoro a tempo determinato; e occorre spalmare gli incentivi iniziali, che sono più robusti, per un periodo di sei anni anziché di tre anni.

E poi il Jobs Act va completato, investendo sulle politiche attive del lavoro.

 

La battaglia per la flessibilità e contro l’austerità ci ha visti tutti insieme impegnati in Europa. Continuiamo e rafforziamo questa battaglia, fino al superamento del Fiscal compact. Utilizziamo gli eventuali spazi aggiuntivi nel bilancio pubblico metà per rilanciare gli investimenti pubblici e metà per ridurre selettivamente la pressione fiscale sul ceto medio.

Quanto agli investimenti pubblici, sono il vero limite di questi anni. Nonostante gli sforzi, ancora nel 2016 abbiamo raggiunto il livello più basso di spesa in conto capitale di sempre, poco più del 2% del Pil. E’ il segno di una perdita a ogni livello di governo di capacità realizzativa e progettuale. Ma così ci giochiamo il futuro, le prospettive di sviluppo di un Paese che ha bisogno di modernizzare le infrastrutture, mettere in sicurezza il territorio, investire in ricerca e innovazione. Per questo bisogna inserire tra gli obiettivi prioritari della prossima legislatura, il ritorno degli investimenti pubblici in rapporto al Pil almeno ai livelli pre crisi.

 

Rinnovare lo Stato e la P.A.: sbloccare totalmente il turn over

L’età media del personale della P.A. è oltre 50 anni. I dipendenti pubblici con meno di 35 anni in rappresentano l’8%, la percentuale di laureati è circa un quarto. Abbiamo la più debole, vecchia e meno qualificata amministrazione pubblica rispetto ai principali Paesi competitori. Sbloccare totalmente il turn over, nella prossima legislatura immettere 500 mila giovani, soprattutto quelli più qualificati, nei ranghi della PA, con un’attenzione ai fabbisogni e con una missione: attuare veramente la riforma della PA nel segno dell’efficienza e dell’efficacia, vera causa di disaffezione e rancore di cittadini e imprese verso la cosa pubblica, e volgere la macchina pubblica finalmente verso un’amministrazione orientata allo sviluppo. Se l’Italia ha la percentuale più alta di dipendenti pubblici over 55 di tutti i Paesi Ocse, chi parla (in inglese, magari) con Bruxelles? Chi svolge il difficile lavoro di coordinamento strategico del complesso della spesa pubblica ad ogni livello?

Si tratta di rinnovare lo Stato per fare esattamente quello di cui il Paese ha bisogno per essere davvero attrattivo, innovativo, e ritrovare una missione e una vocazione nel mondo. Abbiamo bisogno di uno “Stato innovatore”, che cammini sulle gambe di una nuova generazione.

 

Uno Stato innovatore, che faccia una nuova politica industriale

Bene, benissimo Industria 4.0. Ma abbiamo bisogno di una politica specificamente orientata alla crescita dimensionale, che consentirebbe di affrontare alcuni problemi strutturali: dal contenuto di innovazione nel processo produttivo e di competitività alla governance delle imprese, ancora troppo vecchia e scarsamente dinamica.

 

Abbiamo bisogno di ricerca e innovazione. Da un lato, abbiamo una struttura produttiva che richiede relativamente poco capitale umano. Dall’altro, spendiamo poco per l’università e per l’istruzione in generale e in particolare per la ricerca teorica e applicata.

C’è un punto su cui il sistema Paese è carente e non riesce a competere con i grandi Paesi industriali, perdendo posizioni e vantaggi competitivi: la ricerca applicata, che ad esempio è la forza della Germania. Molto al di là dell’ambito di applicazione di Industria 4.0., noi abbiamo bisogno di una strategia e di strumenti specifici per il trasferimento tecnologico. Servirebbe un nuovo IRI della conoscenza, sul modello della Fraunhofer-Gesellschaft tedesca, che affronti di petto il problema della ricerca applicata al fine di migliorare la competitività e la qualità dell’intero sistema produttivo, in coerenza con le vocazioni e gli orientamenti dell’economia italiana. Un’istituzione che non dovrebbe nascere dal nulla, ma mettendo in rete le tante realtà che magari già esprimono eccellenza e, per penuria di risorse, non riescono a valorizzare il talento di tanti giovani italiani che vanno a fare fortuna in (e la fortuna di) altri paesi.

 

Make our skies blue again. Rendere il cielo di nuovo blu. Così ha detto il premier cinese Li Keqiang all’apertura della quinta sessione della XII Assemblea nazionale del popolo. E noi? Vogliamo giocare questa sfida competitiva? Diamoci un obiettivo: decarbonizzare il settore dei trasporti, della mobilità.

La mia proposta è di approvare la legge contro il consumo di suolo.

Nella prossima legislatura, un provvedimento da attuare dev’essere una delega sulla fiscalità verde, che metta ordine al complesso degli incentivi e segni una direzione di rotta, chiara e conveniente, verso la sostenibilità del nostro modello di sviluppo.

In questa legislatura, siamo stati protagonisti di una nuova stagione dei diritti e delle libertà. Ci piace richiamare alcune leggi, da quella sul caporalato di cui va curata l’attuazione al testamento biologico, a quella sulle unioni civili, primo passo verso la piena uguaglianza e lotta contro ogni discriminazione, un cammino che ha l’obiettivo di raggiungere i livelli più alti delle democrazie occidentali. Da ultimo, la legge sul fine vita. Restano buchi neri della cittadinanza nel nostro ordinamento, per far vivere i principi di fondo della prima parte della nostra Costituzione. Bisogna approvare la nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli, obiettivo non raggiunto in questa legislatura, obiettivo prioritario della prossima.

In materia di giustizia bisogna continuare con il lavoro di questi anni. Se nei prossimi anni riusciremo a mantenere i ritmi di miglioramento di questa legislatura saremo in grado di agganciare gli altri grandi Paesi Europei. Ci sono alcune che vanno portate a termine. La riforma del CSM. La riforma del concorso in magistratura. Va poi completato il percorso di riforma della giustizia civile avviato in questa legislatura. In materia penale e penitenziaria va rafforzato e attuato il percorso di riforme.

L’Europa è uno spazio fondamentale anche per affrontare le maggiori minacce alla nostra sicurezza. Le mafie che si globalizzano, il terrorismo internazionale, il Cybercrimine, la tratta di esseri umani. Sono tutti fenomeni di dimensione transnazionale, per questa ragione serve un’Europa sempre più integrata anche dal punto di vista delle giurisdizioni. Un primo passo è stata la nascita della procura Europea. Ci aspetta una battaglia per ampliarne le competenze.

 

A Milano a fine novembre abbiamo tenuto gli Stati generali della lotta alle mafie. Ne è venuta fuori una Carta di Milano per la lotta alle mafie del XXI secolo. Non è un elenco di misure penali e amministrative, lo abbiamo fatto con il nuovo Codice antimafia. Qui abbiamo provato a fare qualcosa di più: a darci un canone, direttive condivise per orientare le policies generali, per chiudere i “varchi” del sistema economico finanziario sociale e istituzionale attraverso cui le mafie si insinuano.

Trasparenza. L’antimafia efficace del nuovo secolo è un’antimafia 2.0, che sappia coinvolgere i cittadini dal basso con la piena integrazione del patrimonio informativo dei soggetti istituzionali nazionali e internazionali impegnati nel contrasto alle mafie.

 

Rivitalizzare la democrazia e la partecipazione. La rigenerazione della democrazia è la miglior azione di contrasto di sistema alle mafie. Una legislazione sui partiti in attuazione della Costituzione, una legge sulle lobby e sul dibattito pubblico sono strumenti concreti per provare a spezzare i legami politici e sociali delle mafie.

 

Un’Italia più giusta, protagonista in Europa. Un’Italia che rinnova le proprie istituzioni e investe su uno Stato strategico in grado di sostenere le imprese e generare nuove occasioni di crescita. Un’Italia inclusiva, che promuove i diritti, che protegge l’ambiente e ne fa un’occasione di sviluppo. Un’Italia che rivitalizza la democrazia, la partecipazione dal basso, che costruisce così gli anticorpi per contrastare mafie e corruzione.